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martedì 10 settembre 2019

Segnalazione: Pasta fatta in casa Sfoglie di racconti tirate a mano di Luca Murano

Segnalazione:

Pasta fatta in casa

Sfoglie di racconti tirate a mano

di

Luca Murano


Buongiorno lettori,
oggi vi segnalo una raccolta di racconti: "Pasta fatta in casa – sfoglie di racconti tirate a manodi Luca Murano, edito Bookabook.


Biografia:
Luca Murano nasce al nord (Lodi) da genitori del sud (Salerno) e attualmente vive al centro (Firenze). Dopo aver conseguito la laurea in Lettere Moderne a Pavia, ha lavorato per due anni con la casa editrice Mondadori come redattore e correttore di bozze. Dal 2009 vive in Toscana dove mangia tanto, si occupa di logistica, suona il basso, legge e scrive con fortune alterne ma ben compensate da passione e dedizione. A luglio 2018 è uscito il suo primo libro, una raccolta di racconti, dal titolo "Pasta fatta in casa - sfoglie di racconti tirate a mano" pubblicato con la casa editrice milanese Bookabook.



Genere: raccolta di racconti / narrativa contemporanea
Editore: Bookabook
Data di pubblicazione: 5 luglio 2018
Numero pagine: 160
Prezzo cartaceo: 10,20€
Prezzo ebook: 7,99€ (Gratis con Kindle Unlimited)
Link per l'acquisto su Amazon: 





Sinossi:
"Pasta fatta in casa" è una raccolta di racconti incentrati sull'agio e sul disagio dei vari protagonisti. Essi, slegati l'uno dall'altro, sembrano però raccontati dalla stessa voce narrante che si declina in più storie, aprendo il sipario su ambientazioni urbane, diversi fraintendimenti, malesseri autentici e problematiche poco originali. Fra queste pagine non troverete eroi morali o paladini della giustizia, ma piuttosto lo stridente contrasto fra persone normali che fanno cose semplici e il mondo attuale, un mondo accelerato e decadente che di normale, ormai, ha ben poco.



Eccovi anche due estratti:
RICOMINCIO DACCAPO
Un cigolìo. Qualcosa cigola. Forse i miei pensieri, forse la sedia imbottita sulla quale mi sembra di essere seduto. Mi sento comodo, con il fondoschiena e le spalle al sicuro. Un’inquietudine crescente, però, annaspa sulla superficie della mia mente. Sto sognando, ma forse non è così. Per scoprirlo devo schiudere gli occhi ma ho paura, come quando da bambino, durante le prime notti di rinuncia alla luce in camera, mi nascondevo con la testa sotto le coperte, con gli occhi sigillati, credendolo l’unico modo per tenere lontani da me e dalla mia famiglia Freddy Kruger e lo squalo di Amity.
Ma non sono un bambino; non sempre. Li apro. Gli occhi. Quello che vedo non mi piace. Un avambraccio tatuato e peloso, a pochi centimetri dal mio viso, ingombra la mia visuale. Un geco, mi pare, nero, come la notte quando litiga col giorno, intrappolato per sempre su quell’arto. O almeno fino a quando il braccio stesso non inizierà a invecchiare, raggrinzirsi, morire, e con esso, il rettile nero.
La minaccia d’inchiostro, finalmente, si ritrae, i miei occhi incrociano uno sguardo… il mio. Di fronte, uno specchio enorme fa finalmente luce sulla mia situazione: sono seduto su una poltrona girevole e avvolto dalla vita alla base del collo da un drappo nero. Tutt’intorno una stanza che tende a più infinito, vuota e immersa in un bianco disadorno. In lontananza, la voce analogica di un radio-notiziario blatera qualcosa su New York.
Il titolare del tatuaggio, un tipo sulla quarantina, abbronzato e palestrato, mi prende per i capelli e, fissando dritto gli occhi la mia immagine intrappolata nello specchio, sussurra: «Cosa vogliamo fare?».
Non è un tono minaccioso, in ogni caso nemmeno un suono che mi faccia sentire al sicuro.
Alzo un poco lo sguardo. Su di me, pale plasticose girano vorticosamente riciclando aria stantia e nuvole di borotalco. Sento una goccia di sudore solcare il mio viso e dividere la faccia in due distinti emisferi.
«Ehi, tutto ok?» fa lui. Io non riesco a parlare come se tutto il fiato che avessi in corpo si fosse rintanato nell’emisfero sbagliato. Il tizio biascica qualcos’altro, ma non riesco a sentire tanto sono preso dal tentativo di tirar fuori un filo di voce. Urla silenziose, le mie. Sentendomi incalzato, faccio un cenno con la testa.
Giusto in tempo per vedere il geco lanciarsi contro di me. Chiudo gli occhi e stringo i denti, in attesa di sentire un’esplosione, un boato, la redenzione.
Nulla.
Non sento niente.

Solo un rumore di forbici che sforbiciano e i miei capelli che cascano, inerti e copiosi, davanti ai miei occhi.


Gatti ninja e radiazioni cosmiche
La lavatrice faceva un rumore infernale. Stava cercando di guardare alla tv uno spettacolo comico di Louis C.K. ma, nonostante i sottotitoli, non riusciva a godersi lo show. Alzò il volume e provò a concentrarsi sul programma. La situazione parve migliorare, ma dopo pochi istanti gli sembrò di udire un altro suono provenire dalla cucina, una specie di ronzio intermittente. Quel suono gli ricordò l’audio di un video su youtube sulla radiazione cosmica e cioè il rumore residuo del big bang. Si ricordò anche di aver letto da qualche parte che tale rumore venne scoperto per caso nei primi anni Sessanta da due giovani scienziati americani che stavano cercando di aggiustare una grossa antenna di un laboratorio. Che botta di culo quei due, pensò, mentre si alzava dal divano per andare a controllare.
Giunto lì, la lavatrice gli sembrò ok, muta e con il led verde acceso ad indicare che il ciclo del lavaggio era andato a buon fine. Quel ronzio, però, continuava a vorticargli da un orecchio all’altro. Poi notò qualcosa:
lo sportello del frigorifero accanto non era completamente chiuso. Fece due passi verso l’elettrodomestico e girò un poco la testa rimanendo in ascolto e quando lo chiuse, come per magia, il ronzio cessò. Ma quel silenzio durò lo spazio di pochi secondi, giusto il tempo di sentire un altro strano suono provenire questa volta da dentro il frigorifero. Come una serie di colpi dall’interno, ma colpetti irregolari, niente di meccanico. Riluttante, tornò a sfiorare con le dita la vernice smaltata di bianco, fece un bel respiro e aprì lentamente lo sportello.

Cinquecento metri più in là, sua moglie, che stava tornando a casa a piedi dal supermercato, sentì un urlo provenire dalla loro casa.

Lo spavento fu così forte che l'uomo rinculò e andò a sbattere contro il tavolo della cucina. Nell’urto fece cadere un bicchiere di vetro che si infranse sul pavimento.
In tutto ciò, il gatto nero non si mosse di un millimetro rimanendosene accucciato sul secondo ripiano, accanto a un melone ancora troppo poco maturo e a due confezioni di stracchino.
Ripresosi dallo spavento, l’uomo si avvicinò con passo felpato al frigorifero semiaperto. Osservò meglio il felino, come per assicurarsi che quel gatto fosse proprio vero e non il frutto della sua immaginazione. L’animale gli parve piuttosto in salute, con un corpo sinuoso e asciutto, gli occhi verdi, i baffi radi ma lunghi e affilati come lische di pesce e una coda che sembrava una piccola sciarpa di calda lana. A sua volta il micio lo scrutò attentamente studiando ogni sua singola mossa.

«Come diavolo hai fatto a entrare lì? Da dove arrivi? »
Si rivolse al gatto come se l'animale potesse comprenderlo o perfino parlare. Ma ovviamente il gatto non disse nulla e nemmeno diede l’impressione di averci capito un granché.


Sono proprio curiosa e voi?

Buona lettura!

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