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Ilaria Vecchietti, autrice del racconto "L'ultima chance...", e dei romanzi fantasy "La Libertà figlia del Diavolo", "L'Isola dei Demoni" e "L'Imperatrice della Tredicesima Terra". E altri racconti pubblicati in raccolte.
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mercoledì 5 gennaio 2022

Segnalazione: Archi di sangue di Giuseppe Pantano

Segnalazione:
Archi di sangue
di
Giuseppe Pantano



Buongiorno lettori,
per Brè Edizioni vi segnalo il romanzo "Archi di sangue" di Giuseppe Pantano.


Biografia:
Giuseppe Pantano nasce a Roma il 27 settembre 1963. È laureato in Economia e Commercio e attualmente riveste la carica di Direttore all’interno del gruppo automobilistico Renault-Nissan-Mitsubishi. Dopo 4 anni di Ford e 25 anni di Nissan ora è a capo di un ruolo internazionale in seno alla sede centrale di Nissan a Parigi. Divorziato, con 2 figli, vive a Milano con la compagna ed è un grande appassionato di tennis, sci e narrativa thriller/giallo. Nella sua carriera ha avuto l’opportunità di viaggiare davvero molto, scoprire tante città europee e di vivere per anni a Parigi, imparando a conoscere in profondità le dinamiche di una azienda multinazionale di importanza planetaria.
Archi di sangue è il terzo romanzo del genere thriller. Ha già autopubblicato Il Tempo rubato e La morte non ti lascia sola, edito da Another Coffee Stories. Ha già partecipato a svariate presentazione dei suoi romanzi, sia a livello locale, con pubblicazione degli eventi su Il Tirreno, ad agosto 2021, che nazionale, con la partecipazione alla trasmissione del TG5 “La Lettura” condotta da Carlo Gallucci.
Il suo profilo è presente su tutte le piattaforme social e la sua passione per il thriller viene diffusa anche attraverso il canale personale youtube con migliaia di visualizzazioni.

CONTATTI:
mail: giuseppepantanoauthor@gmail.com
Instagram giuseppepantanoauthor



Gene
re: romanzo thriller / noir / violenza domestica
Editore: Brè Edizioni
Data di pubblicazione: 25 ottobre 2021
Numero di pagine: 210
Prezzo cartaceo: 14,00€
Prezzo ebook: 3,99€ (gratis con Kindle Unlimited)
Link per l'acquisto su Amazon:



 
Sinossi:
Caterina e Antonia: donne unite da uno stesso destino. Persone che, solo per il fatto di essere nate femmine, sono costrette a subire violenza. Sullo sfondo, lei, Giuseppina, l’eroina che combatte il mostro Carmelo. Che si adopera per salvare delle vite, che crede e lotta al fianco delle vittime. Una vicenda che inizia nel 1963 e si conclude ai giorni nostri e mette in evidenza come le cose non siano molto cambiate: il maschio padrone esisteva allora come oggi. E non importa se il violento è il tuo patrigno o il compagno, l’aggressività è da condannare. Sempre. Abusi e maltrattamenti che originano faide familiari, scandali e omicidi. Soprusi che danno vita a un thriller dove tante persone, troppi individui innocenti sono costretti a pagare anche a causa di forze dell’ordine corrotte, che non si fanno scrupoli a contaminare o nascondere le prove. Un giallo per rimarcare ancora una volta l’orribile piaga che dilaga anche nella società odierna.


Vi lascio  anche un estratto:

Anche la sua presenza in ascensore stava diventando insopportabile. L’odore acido e ributtante di grappa mista a birra, a quell’ora del giorno, aveva inondato in pochi secondi l’angusto spazio della cabina. Antonia premette il pulsante numero 5 e si girò verso la porta automatica dando le spalle all’uomo barcollante. Chiuse un attimo gli occhi e si immaginò lontano, in un posto diverso, a migliaia di chilometri da quella puzza vomitevole e da quel rudere umano che stava salendo insieme a lei, nella sua casa, nella sua vita. Si sentiva svuotata. Ormai anche gli ultimi tentativi di ricucire il rapporto con Alberto sembravano inutili quanto cucchiaini adoperati per svuotare il letto di un fiume in piena. La fiammella di un amore rimasta accesa solo grazie alla tolleranza e al suo desiderio di tranquillità, si stava spegnendo. Non ci sarebbero stati più il tempo e il modo per riaccenderla. Questo la intristiva ma soprattutto la preoccupava. Come avrebbe affrontato l’argomento con quell’uomo che, alla minima parola fuori posto, l’avrebbe colpita con la sua instabile e irrazionale violenza? Quali parole avrebbe dovuto usare per evitare conseguenze spiacevoli? Quale sarebbe stato il momento più propizio per convincerlo a fare le valigie e lasciarla sola nella sua casa? Si rese conto che rispondere a quelle domande banali, non era affatto facile. Tuttavia si sentiva stanca. La sua stanchezza non era una semplice défaillance fisica, era una spossatezza mentale che si ripercuoteva sulla sua capacità di raziocinio. Stava per raggiungere quel limite, di nuovo. Quel limite superato tanti anni prima, quando la violenza su di lei era stata perpetrata per la prima volta in un luogo oscuro, dove era stata costretta a subire. Sarebbe successo ancora una volta? Pensava che le sue preghiere l’avrebbero liberata per sempre dall’angoscia di doversi trasformare nella bestia che odiava. Il suo terribile segreto era custodito nel suo più intimo anfratto della memoria. Non era raggiungibile da niente e da nessuno. Solo lei era in grado di riportarlo alla luce. Ma non aveva mai voluto farlo. Aveva pregato per tutta la vita affinché non dovesse più fare ricorso a quella sfera recondita del suo animo. Adesso però, quel cumulo di macerie stratificate per seppellire la bestia erano state rimosse. Ne rimaneva solo una piccola quantità. Lei sapeva che quel residuo non sarebbe stato sufficiente a fermare la furia nascosta dentro di sé nel momento in cui avesse dovuto subire ancora. Quando aprì la porta di casa aveva un viso impassibile e serio, mentre l’uomo ubriaco alle sue spalle spingeva dietro il suo corpo per entrare in casa. Antonia strinse i pugni e socchiuse gli occhi, facendosi forza per sopportare ancora. Poi se ne andò in cucina lasciando che Alberto si sdraiasse sul divano in soggiorno. Prese a compiere le sue solite azioni: preparare il pranzo, apparecchiare, sgomberare il lavello e nutrire il gattino. Si rivolse all’animale che si stava strusciando sui suoi polpacci.

«Ciao piccolino, vuoi la pappa? Vieni che la mamma ti dà i croccantini». In quel momento fotografò la scena del micio tra i suoi piedi e la memoria la riportò a molti anni addietro.

«Micetto, vieni da me? Micetto hai fame? Non aver paura ci sono io qui che penso a te. Vediamo un po’ cosa ti posso dare.»

 Aveva aperto quel fagotto, confezionato al refettorio il giorno prima, proprio per il suo amico animaletto. Lei non aveva molti amici in quel posto oscuro dov’era costretta a vivere. Come lei, altri bambini sfortunati e dimenticati dalla società cercavano segnali di esistenza e di conforto in quello che trovavano nelle interminabili giornate trascorse in quel posto. La sua sola amica era stata Tilde, una bambina di cinque anni, arrivata due anni prima, poi però andata via con la coppia che l’aveva adottata. Antonia, che aveva otto anni, era una delle bambine rimaste a Badia per più tempo. Questa condizione avrebbe dovuto confortarla date le responsabilità che le suore assegnavano ai bambini più grandi. Tuttavia le monache alimentavano una specie di crudeltà innata, forse dovuta alla frustrazione di una vita spesso programmata dalla decisione di altri, e questo ne causava accanimento nei confronti di bambini come lei, più adulti e ospiti da sempre di quel posto. Il fatto che lei fosse arrivata fin dai primi giorni di vita e che fosse stata trovata davanti alla porta dell’istituto ne faceva, agli occhi delle religiose, una privilegiata in quel mondo di dolore e di sacrificio. Una ragazzina che andava “educata” e formata alle durezze della vita. Dopo tutti quegli anni in attesa di essere adottata, le suore la consideravano uno scarto. Una che nessuno voleva. Perché le coppie si presentavano sempre per l’affido di bimbi maschi o più piccoli, da crescere in casa sin dalla tenera età. Lei invece era già alta e bella matura. Prenderla poteva rappresentare un’incognita. Questo le suore lo avevano capito e tendevano ad addebitare ad Antonia quella sorta di colpa. Il suo destino sarebbe stato quello di farsi suora. Quindi quelle lezioni di disagio e sacrificio le sarebbero servite a forgiare la sua tempra da religiosa integerrima.

«Allora Micetto, oggi ti battezzo nel nome del padre, del figlio e dello Spirito Santo». Aveva preso dell’acqua e ne aveva versato due gocce sulla testolina del cucciolo. Un momento dopo sentì una voce gridare dietro di lei.

«Ma che fai piccola peste? Come ti permetti di essere blasfema e di offendere i sacramenti divini?». Era suor Giovanna, arrivata proprio in quell’istante.

«Ma io stavo solo accogliendo questo piccolo animale nel regno di Dio» aveva detto cominciando a piangere. Arrivò uno schiaffo, forte e secco sulla sua guancia sinistra. La suora aveva ripreso a rimproverarla.

«Sei sempre la solita diavola, così rischi tu di non entrare nel Regno dei Cieli» poi aveva ripreso con le parole di ammonimento «adesso vai su nel dormitorio e recita cinquanta Pater Noster. Oggi salterai il pranzo, tanto vedo che non sai che fartene del cibo. Poi ti proibisco di avvicinare ancora quella bestia. È malato, potresti buscarti qualche malattia e magari contagiare anche le tue compagne.» Era tornata a testa bassa verso la sua branda. Aveva sentito, per la prima volta, un dolore forte venire da dentro. Qualcosa di acuminato che spingeva dal profondo delle viscere cercando di farsi strada per esplodere. Non capiva cosa fosse ma ebbe la sensazione che quella forza potesse scatenarsi e lasciare solo dolore, immenso dolore intorno a sé.

Si riebbe dai pensieri. Cominciava ad avvertire un forte mal di testa. Cosse la pasta, la scolò e la versò nel piatto. La condì con della salsa di pomodoro che aveva scaldato appena sul fornello e la portò in soggiorno. Alberto era lì, steso sul divano, con gli stessi occhi a mezz’asta di prima e di sempre. Quelli che tradivano il suo aver alzato il gomito e la conseguente indolenza impadronitasi di lui ormai da troppo tempo. Antonia non sentì nemmeno le parole che la bocca di quell’uomo stava pronunciando mentre si alzava dal sofà per andare a sedersi al tavolo. Lei era entrata in una specie di trance, uno stato catatonico che le permetteva di muoversi in modo meccanico, estraniandosi del tutto da ciò che stava accadendo attorno a sé.

«Ma tu non mangi con me?» stava dicendo Alberto. Lei non si curò di rispondergli, aveva solo un obiettivo in quel momento: andarsene in camera per stendersi sul letto e chiudere gli occhi, nella speranza che l’emicrania se ne andasse velocemente, così com’era venuta.

«Che fai non mi rispondi?» continuò l’uomo, rivolgendosi alla compagna che sembrava assente, strana, lontana.

«Ehi, parlo con te, sei viva?» niente, non ottenne risposta.



Interessante, cosa ne dite?

Buona lettura!

mercoledì 29 dicembre 2021

Segnalazione: Die Glocke La Campana di Bud Ariosis

Segnalazione:
Die Glocke
La Campana
di
Bud Ariosis



Buongiorno lettori,
per Brè Edizioni vi segnalo il romanzo "Die Glocke – La Campana" di Bud Ariosis.


Biografia:

Bud Ariosis vive e lavora a Napoli. Laureato in giurisprudenza, è un appassionato lettore di gialli classici della Golden Age inglese e devoto cultore di Gerard de Villiers.

Nel 2020 ha pubblicato, con Brè Edizioni, il thriller Dossier Haudegen.




Gene
re: romanzo fantasy / storico / noir
Editore: Brè Edizioni
Data di pubblicazione: 12 ottobre 2011
Numero di pagine: 134
Prezzo cartaceo: 10,00€
Prezzo ebook: 2,99€ (gratis con Kindle Unlimited)
Link per l'acquisto su Amazon:



 
Sinossi:

Gli storici sono ormai concordi nell’affermare che gli scienziati nazisti fossero a un passo dalla bomba atomica, ed è indiscutibile il contributo offerto agli USA da Wernher von Braun, il padre delle V2, nel mandare il primo uomo sulla luna. Dopo la seconda guerra mondiale e sino ai nostri giorni, una lunga serie di indiscrezioni giornalistiche ha alluso al rinvenimento di studi progettuali relativi alle WunderWaffen, le armi segrete di Hitler. Macchine così sofisticate e avanzate da ipotizzare che alcune di esse fossero state realizzate con tecnica di “reverse engineering” da tecnologia aliena rinvenuta in Antartide, e custodita nella cosiddetta “Base 211”, il sito preposto alla rinascita del quarto Reich, quando essa fosse divenuta possibile. Così come da otto decenni si dibatte sul trasferimento di alcuni di tali manufatti presso l’Area 51, in Nevada, il sito militare USA più protetto del mondo, dove dagli anni ’60 si avvistano gli UFO.

Con un’attendibile ricostruzione storica, e invenzioni futuribili di grande fascino, Bud Ariosis offre la sua personale interpretazione a tali domande in un libro da leggere tutto d’un fiato sino all’ultima pagina. Dopo il grande successo di Dossier Haudegen, un altro romanzo che mescola storia vera a fantasia.


Vi lascio anche un estratto:

L’ufficiale si scostò facendoli accedere e poi richiuse l’uscio, rimanendo fuori in attesa.

Joachim Kruger e Alois Bolhen, avanzarono solo d’un passo, poiché il capo del Reich era in piedi davanti al grande globo terreste sul fondo della stanza e lo fissava assorto, come non si fosse accorto di loro.

La debole luce invernale filtrava dalle tre aperture vetrate conferendo ai marmi del pavimento un’opalescenza ovattata, in contrasto con la massa scura dei lacunari in rovere presenti sulla volta. Nel monumentale camino in pietra alle spalle della scrivania ardeva un fuoco che riscaldava a malapena l’aria.

«Credete che esistano mondi simili al nostro all’interno della galassia?» chiese ad alta voce l’anfitrione.

«Ciò è alquanto probabile» ammise Kruger, approvato da Bolhen.

Frattanto Heinz Linge, il cameriere personale, bussò alla porta e una volta autorizzato, entrò sorreggendo un vassoio d’argento sul quale erano allineate una teiera fumante, delle tazze in porcellana e alcune fette di torta Sacher. 

Hitler riprese un tono amabile e invitò gli ospiti a servirsi.

Visto il freddo invernale, questi avrebbero preferito bere qualcosa di forte, ma il Führer era notoriamente astemio e non gradiva si consumasse alcol in sua presenza. 

Finito l’intermezzo, i due fisici stesero sulla scrivania il progetto in scala col capitolato tecnico, e Kruger iniziò a esporne le caratteristiche salienti.

 «Col suo permesso, inizieremmo dalla navicella. Dopo numerose prove aerodinamiche, abbiamo verificato che la forma più efficace sia quella di una campana. Ciò che denominiamo “Die Glocke” sarà un manufatto alto sei metri, composto da un cilindro cavo con funzione di abitacolo a due posti, affogato nel ventre della struttura esterna. Le superfici metalliche saranno solcate solo dalla feritoia circolare a tre strati, formati da una lastra di vetro temperato all’interno di due pannelli acrilici, e la costruzione non presenterà saldature, perché formata da un unico blocco in lega di piombo e niobio contro le radiazioni, rivestito da carburo di silicio per proteggerla dalle elevate temperature. La campana esterna può girare a trecentosessanta gradi su se stessa, in quanto scorre su cuscinetti radiali a sfere SKF, in grado di sopportare carichi assiali e intenso calore. Abbiamo testato vari composti sino a trovare quello adatto: le superfici saranno fosfatate al manganese per migliorare l’adesione dell’ingrassaggio al metallo e lubrificate a vita tramite un composto a base di grafite.»

 «Un oggetto davvero notevole!» esclamò Hitler «però desidero che “Die Glocke” esprima anche visivamente gli emblemi della sua origine.»

Il Führer prese una matita e abbozzò uno schizzo a margine del capitolato. Era in grado di farlo, da giovane aveva studiato Arte. Sotto lo sguardo attento dei fisici, aggiunse una svastica stilizzata sul corpo principale della campana e accennò una serie di rune germaniche a contornarne la base.

 «Sarà fatto!» promisero i due, e finito il preambolo, Kruger proseguì.

«Il suo incarico ci ha imposto di affrontare due punti cruciali.  Il primo è quello attinente la generazione di antimateria in quantità idonea ad aprire un cunicolo spazio-temporale.  Ebbene, la mia soluzione consiste nella costruzione di un acceleratore di particelle. Un enorme anello nel quale lanciare a velocità crescenti, sino a raggiungere frazioni di quella della luce, protoni e antiprotoni per farli collidere tra loro, giacché l’annichilimento delle due entità produrrà antimateria. Il punto di impatto andrà posizionato poco sopra l’apice della campana affinché lo squarcio gravitazionale la attiri al suo interno. Tuttavia, per rendere attuabile il progetto occorrerà affrontare un’opera di costruzione titanica, in quanto dai miei calcoli l’anello sotterraneo dovrà avere un diametro di 2700 chilometri, pertanto, sarà possibile edificarlo solo nelle sterminate steppe russe, con manovalanza reclutata nelle popolazioni sottomesse, appena il Reich si sarà espanso come nei suoi disegni. Inoltre, sarà necessario attendere lo sviluppo di tecnologia atta a costruire grandi magneti di accelerazione da mille Tesla, oggi impossibili da concepire.» 

Hitler restò colpito dall’esposizione, poi diede la parola a Bolhen, il quale iniziò a spiegare:

«Io invece mi sono occupato di estrapolare dalla massa indistinta di cunicoli spazio-temporali, due specifici condotti di attraversamento: uno recante a un momento del passato e l’altro riportante al presente. La chiave per viaggiare nel tempo è la luce. La sua onda attraversa l’universo dall’origine, dunque è il solo metro di paragone cui riferirsi per misurare la distanza tra diverse dimensioni temporali come postulato nella mia equazione, la cui risoluzione identificherà la giusta frequenza spettrale tendente al blu per il cunicolo temporale a ritroso, e l’altra volgente al rosso per quello di ritorno.»

«Quanto ci vorrà per risolverla?» domandò Hitler.

«Mein Führer, l’equazione lineare presenta ventiquattro milioni di variabili e oggi non è ancora definibile, ma lo sarà in futuro. Nell’attesa, ho concepito una sorta di “fari” di navigazione per “Die Glocke”, uno sulla terra e l’altro per l’iperspazio, in base ai quali orientare la direzione della navicella, assicurando rilevamenti di tipo polare, affinché l’asse 0°/180° sugli indici rappresenti pure l’asse longitudinale della campana, fornendo la rotta. Per quello terrestre mi sono rifatto al principio di induzione elettromagnetica, assemblandone uno girevole all’interno di un radiogoniometro graduato, munito di un’antenna collegata elettricamente al ricevitore. Lo strumento è in grado di captare segnali a onde lunghe che saranno emessi da una stazione di terra, indicando direzione e verso di provenienza del segnale e fornendo la posizione angolare rispetto alla fonte. Per quello dell’iperspazio ho predisposto una tecnica di sintonia simile, mediante uno strumento composto da uno spettrometro di massa capace di coprire l’intera banda, abbinato a un circuito di sintonia per agganciare la radiazione identificativa dei due condotti.» 

Hitler fece una pausa per soppesare le parole, e commentò: «Mi compiaccio con voi! Grazie alla vostra dedizione, in pochi anni avete raggiunto risultati notevoli. Anche se i tempi non sono maturi per realizzare l’obiettivo finale, ne avete gettato solide fondamenta. Disporrò affinché sia assegnata a ciascuno una cattedra alla Facoltà di Fisica come professori aggiunti, ma prima di restituirvi alla vostra carriera, devo chiedervi un ultimo servigio per il Reich. Verrete inquadrati nei ranghi delle SS come membri onorari affinché abbiate maggiore libertà d’azione, e vi unirete all’esplorazione scientifica in partenza per l’Antartide che ha lo scopo di annettere nuovi territori alla sovranità germanica, e verificare l’esistenza del grande Rift navigabile sotto alcune cavità naturali. Sfrutterete tale spedizione per trovare una caverna adatta alla costruzione per “Die Glocke”, e quando l’avrete individuata, vi farò raggiungere da unità di appoggio recanti materie prime, attrezzature e uomini. La messa in opera avverrà durante i brevi mesi dell’estate antartica, mentre per i restanti vi appoggerete in Argentina, presso il Governo amico di Peròn.»  

«Faremo come ordina, ma ciò naturalmente comporterà tempi più lunghi per l’assemblaggio rispetto a un impianto vicino» precisarono gli scienziati.

«Ne sono consapevole, tuttavia entro un anno la Germania entrerà in guerra per espandere il proprio spazio vitale in Europa. Il vecchio continente sarà teatro di un sanguinoso conflitto, e voglio che la costruzione avvenga in totale segretezza.»



Interessante, cosa ne dite?

Buona lettura!

venerdì 24 dicembre 2021

Segnalazione: Apro gli occhi di Dario Vergari

Segnalazione:
Apro gli occhi

di
Dario Vergari



Buongiorno lettori,
per Brè Edizioni vi segnalo il romanzo: "Apro gli occhi" di Dario Vergari.


Biografia:
Dario M. Vergari nasce a Pesaro. Dopo studi scientifici muove i primi passi nel mondo artistico come compositore, tastierista e cantante del gruppo new wave The Drivers, per poi intraprendere la strada del musicista solista. Esperto fotografo e fin dai primordi dell’informatica appassionato di computer ed elaborazioni grafiche, si dedica ai viaggi e alla conoscenza di altre culture. Nel 2015 pubblica per la Montag il romanzo distopico REVNION, nel 2020 viene rivisto e ripubblicato con la Brè Edizioni, con la quale, nel 2019 aveva esordito con un romanzo di narrativa del futuro: PhoeniX. Negli ultimi anni è stato occupato a scrivere, parlare con i gatti, comporre musica e lavorare alla sua più grande impresa, la propria famiglia.

CONTATTI AUTORE
INSTAGRAM dario.vergari 



Gene
re:
 romanzo noir / horror
Editore: Brè Edizioni
Data di pubblicazione: 26 settembre 2021
Numero pagine: 314
Prezzo cartaceo: 15,00€
Prezzo ebook: 3,99€ (gratis con Kindle Unlimited)
Link per l'acquisto su Amazon:


Sinossi:
Un puzzle. Apro gli occhi è un romanzo puzzle, lo si capisce subito. Decine di caselle, frammenti, vite, persone, vicende, misteri, delitti, morti che diventano orrore puro, ma anche terrorismo, rivoluzioni, rivoluzionari, pazzi, santi, brave persone e mostri umani.
Dario Vergari, con rara abilità, ci porta in un viaggio tra i misteri d’Italia, vicende a tutti note che si mescolano tra fantasia e incubo, tra realtà e ossessioni in grado di portare alla pazzia i protagonisti di questo giallo horror. Aprite gli occhi, tutto sta per accadere!


Eccovi anche un estratto:
Lo scheletro di Cesare si sveglia correndo nel bosco buio, si tasta le gambe, le braccia, il torace. Tutto regolare… ha un attimo di esitazione prima di portare le mani al viso. Cosa succederebbe se un dito si conficcasse in un’orbita vuota? Continuerebbe a urlare finché ha fiato, questo è certo. Per sua fortuna la faccia è ancora lì, molliccia, stropicciata e sudata. Non è un bell’incontro con sé stessi di primo mattino, ma quanto basta a capire di avere sognato, e di essere ancora abbastanza vivo. La sua faccia allo specchio conferma l’impressione, nessun morto potrebbe avere un aspetto più insalubre: occhi rossi, pelle flaccida, doppio mento e barba ispida. Tira fuori la lingua e con la velocità di un ramarro la ritrae disgustato. Si guarda la pancia che ormai da anni ha rinunciato a contenere entro limiti dignitosi.
«Che schifo invecchiare» confessa al tubetto di dentifricio. Getta un’occhiata sospettosa alla bilancia e poi con un piede le dà una spinta fino a rispedirla sotto il mobiletto degli asciugamani.
Occhio non vede, pancia non duole.

Uscire dal vagone ferroviario che ferma in Centrale, è come uscire da un’incubatrice incrostata di sonno e catarro da fumatore. Respira una boccata d’aria gelida e dribbla la folla per infilarsi veloce nella galleria della metropolitana.
“Sono troppo vecchio per fare questa vita” pensa scansando valige e borsoni. Mancano solo centoquarantaquattro giorni alla fine di maggio. All’inizio della temuta e agognata libertà. Scende a Missori, come sempre. Come sempre al termine della scala che porta in piazza Velasca l’odore di cipolla che proviene dalla vicina pizzeria gli travolge le narici, l’ombra della Torre gli manda un brivido su per la schiena.
«Salve, dottor Serafini» gli fa il portiere. Cesare grugnisce qualcosa come al solito, potrebbe anche recitare una preghiera o maledirlo in sumero. Quello non si accorgerebbe della differenza, indaffarato com’è a sistemare le buste della corrispondenza nel casellario alle sue spalle. Cesare sale in ascensore, è in notevole ritardo e quando esce al nono piano spera di riuscire a timbrare e a svicolare fino al proprio posto prima che lo Stroppanobili lo veda e si ricordi di avere qualcosa di perfettamente inutile ma necessario da fargli fare. Tanto per divertirsi a far valere il grado di superiore.
Lo stanzone dei comuni impiegati è vuoto. In giro nei corridoi non si vede anima viva, grave indizio di qualcosa che è venuto a turbare i rituali tribali dell’ufficio. Cesare tende l’orecchio, dalla stanza di Malerba, esce un vociare confuso. Vorrebbe ignorarlo e andare a seppellirsi fra i suoi faldoni, tuffarsi nel riportare cifre su colonne, calcolare percentuali e ammortamenti, interessi, semplici e composti, ma sa che è meglio essere al corrente delle novità, prima che qualche furbone sfrutti la sua ignoranza per, ben che vada, farsi gioco di lui. Cesare è sì un pavido, ma se preso in giro reagisce, talvolta in modo spropositato e inopportuno che lo fa sembrare ancora più strano di quel che è. Grazie al suo autocontrollo capita di rado, ma capita.
Entra nella stanza di Malerba dove tutti parlano a voce bassa. Lo guardano di sottecchi ma nessuno lo saluta. Cesare abbozza uno dei suoi rarissimi tentativi di togliersi dall’imbarazzo facendo dello spirito.
«Che succede, è morto qualcuno?» domanda alla persona più vicina, la signorina Villani.
Tutti si voltano verso di lui, alcuni mascherano una risata, altri scuotono la testa in disapprovazione, altri, maschi, si toccano le parti basse.
La signorina Villani dice: «Il commendator Carlomagno. Ieri notte. Un infarto si dice…» la Villani sta continuando a parlare ma Cesare non ascolta più. Pensa al fu direttore che da poco aveva offerto ai dipendenti della Finivel un generoso pranzo a buffet degno di una corte di nobili e Re.
Carlomagno Claudio Fabio Massimo. Era andato in pensione esattamente una settimana addietro, dopo quarant’anni vissuti da dirigente. Settantadue ore di lavoro alla settimana lo avevano mantenuto in vita, dodici ore di lavoro al giorno, che tramutate in ore di libertà lo avevano ammazzato in men che non si dica.
Il chiacchiericcio è ripreso, Cesare sente solo un fischio nella sua testa, quello del rapido che sta per arrivare, prossima fermata 31 maggio. Sarà di certo in orario.
Si avvia verso la sua scrivania, guarda la pila di pratiche da evadere con occhi diversi. Non più come medicina che dà un senso alle giornate, ma come un veleno omeopatico che anno dopo anno gli è entrato nelle ossa, mellifluo e infido. Nondimeno si tuffa nel lavoro, cos’altro potrebbe fare?
È talmente immerso nei conti che la voce di Stroppanobili lo fa sobbalzare sulla sedia, ha sempre il brutto vizio, sicuramente calcolato, di avvicinarsi di soppiatto alle spalle dei dipendenti.
«Dio pazzo. Serafini ti rendi conto? Sei qui che lavori aspettando solo il giorno in cui potrai goderti la pensione e poi…» si passa una mano all’altezza della carotide, che nel suo caso è un gozzo prominente da tacchino «poi ti ritrovi sotto qualche metro di terra senza neanche avere fatto la metà delle cose che volevi.»
Cesare alza la testa dalle carte e lo guarda, vorrebbe pestargli un piede, o dargli un calcio negli stinchi. Qualsiasi cosa per togliergli quel ghigno dalla faccia.
«Meno male che io, gli sfizi che voglio togliermi, me li tolgo subito. Chi gh’ha temp, che’l speta minga temp, Serafini. Ricordatelo eh, prima che diventi vecchio.»
Se ne va ridendo, un istante prima che Cesare perda davvero il controllo sui suoi piedi.
La signorina Villani nota la sua espressione e lo raggiunge reggendo al petto un voluminoso faldone, se lo sistema sull’incavo del braccio quasi volesse allattarlo.
«Ci verrai vero ai funerali domani? Ci saranno tutti, dicono che verrà anche il Pillitteri e il Craxi, ma io non credo. Inizieranno a San Nazaro, alle otto di mattino. Pover’uomo, dopo aver dato la vita per il lavoro non gli era rimasto più niente per cui vivere. Se almeno avesse avuto moglie, o figli. Ma dove lo avrebbe trovato il tempo? Era così operoso, pover’uomo…»
Pover’uomo per modo di dire, pensa Cesare. Si vociferava di un paio di ville a Cortina, una a strapiombo sul mare all’Argentario, una residenza a Favignana che avrebbe fatto invidia a un’aristocratica domus romana, per numero di stanze, piscine, terme, e servitori. Oltre naturalmente alla residenza milanese, degna di un uomo nella sua posizione.
La signorina Villani continua a parlare ma Cesare non ascolta, si limita ad annuire perché sa che questo basta a contentarla. Ha parlato di San Nazaro, dove lavora il tipo della pratica 283/92. Sarà la terza volta in pochi giorni che si incrocia con lui, dopo il primo incontro ufficiale per la richiesta di un prestito e l’incontro casuale in macchina.


Molto interessante, voi lo leggerete?

Buona lettura!

mercoledì 1 dicembre 2021

I giorni bui della Milano violenta di Marcello Iori e Antony Piemontese

Segnalazione:
I giorni bui della Milano violenta

di
Marcello Iori
e
Antony Piemontese



Buongiorno lettori,
vi segnalo il romanzo: "I giorni bui della Milano violenta" di Marcello Iori e Antony Piemontese, edito Brè Edizioni.


Biografie:
Marcello Iori vive e lavora a Bournemouth (Regno Unito) dal 2018. Ha pubblicato il suo primo libro nel 2007, un fantasy dal titolo 5 (Firenze Libri). Per i successivi dieci anni si occupa di benessere e cucina naturale. Continuando a scrivere nel tempo libero, dopo un lungo periodo di silenzio, decide di proporre di nuovo i propri scritti agli editori. Nel 2018 pubblica Il Ponte Oscuro dell’Anima (Il Seme Bianco) e nel 2019 la prima parte di una serie fantasy: Terre Deus Dominus Vol. 1 - Uno Yogi, l’Apprendista e il suo Falco (Lettere Animate). Gestisce il blog lastradaperilrisveglio.it



Antony Piemontese (nome d’arte) attualmente lavora come editor per Marco Montemagno. Nel 2010 decide di frequentare il corso di regia e sceneggiatura presso l’accademia nazionale del cinema a Bologna. Da lì inizia ad avvicinarsi alla settima arte e prova a cimentarsi nella realizzazione di vari cortometraggi, iniziando a collaborare con vari film-maker milanesi.
Realizza nel 2013 il suo primo cortometraggio What’s up finalista in alcuni festival. Nel 2014 realizza la puntata pilota della web-serie Domina xx, da cui è stata tratta una serie tv in trattativa per la realizzazione. E sempre nel 2014 realizza il cortometraggio Una libbra di carne, premiato da Gigi Proietti.
Negli ultimi anni si dedica al video-making realizzando diversi videoclip musicali e video fashion per diversi marchi di moda.
Si dedica alla scrittura di alcuni film e serie tv, tra cui Milano Violenta.



Gene
re:
 
Romanzo 
noir / thriller
Editore: Brè Edizioni
Data di pubblicazione: 23 agosto 2021
Numero pagine: 272
Prezzo cartaceo: 14,00€
Prezzo ebook: 2,99€ (gratis con Kindle Unlimited)
Link per l'acquisto su Amazon:
 



Sinossi:
Milano è un formicaio impazzito, una metropoli europea cosmopolita e affollata. Lucida e accogliente di giorno, nasconde un lato oscuro che nella quotidianità appare quasi impalpabile. In questo clima frenetico, appare Franz, un uomo di mezza età di origini tedesche, ricco e potente, mosso da motivazioni misteriose e malvagie. 
Vediamo Carmine, un ragazzo di trentanni con un animo buono, sognatore, figlio unico. Abita con la madre in una casa popolare. Sogna di avere un appartamento di proprietà e non dover più litigare con lei perché non arrivano a fine mese.
E poi c’è Michael, la gioventù assetata di potere, cresciuto con la malavita in casa. Deciso a riportare il nome di famiglia agli splendori di un tempo, cercherà contatti e amici per avere il monopolio della droga. Mentre Carmine incontra l’amore, Michael conoscerà Franz e in lui vedrà loscuro e affascinante lasciapassare per il suo sogno. Il sangue trasmesso diventa sangue versato e Michael non perdona, chi tradisce paga con la morte. Il turbine di orrore e morte che provoca, getta Milano nella paura, agitando le forze dellordine. Le stragi richiamano eventi accaduti in passato e il Maresciallo Tanzi sarà costretto a riaprire il caso Milano Violenta. Tuttavia, Michael sembra inarrestabile e introvabile, sorretto, inizialmente, dalle informazioni che gli passa il brigadiere Foschi. Foschi, frustrato da ciò che ha fatto, cercherà le forze e le giuste motivazioni per correggere gli errori commessi.


Molto interessante, voi lo leggerete?

Buona lettura!

lunedì 8 novembre 2021

OTELLO E LA MALEDIZIONE DEGLI HOTEL di PABLO AYO

OTELLO
E LA MALEDIZIONE DEGLI HOTEL
di
PABLO AYO


Genere: romanzo noir

Edizione: self publishing (2021- seconda edizione)


Buongiorno lettori,
eccomi con la recensione di un romanzo molto particolare!
Subito entriamo nel vivo dell'azione, dove Otello - un informatico che ha fondato un'importantissima società di successo - sta scappando dalle finestre di una camera d'albergo a Dubai. Inseguito dalla polizia araba riesce a scappare in maniera rocambolesca e non del tutto chiara, visto che con ogni personaggio racconta una fuga diversa.
Il motivo per cui sta scappando è che la sua valigia conteneva della droga, reato severamente punito! Ma Otello è innocente. Cosa è successo? Uno scambio di valige? Un malinteso? O qualcuno cerca di incastrarlo?
Il nostro protagonista riesce a tornare in Italia, ma subito viene arrestato e portato al carcere di  Rebibbia.
Per sua fortuna incontra dei carcerati che credono alla sua innocenza e cercano di aiutarlo.
Per sua sfortuna invece c'è anche chi è convinto che abbia ancora la droga e vuole riaverla a tutti i costi... commettendo ogni genere di reato.
Cosa succederà?
Di tutto e di più!
Il romanzo viene presentato come un noir, ma nonostante la presenza di scene forti, violente, omicidi, sparatorie e sangue ovunque, ci sono molte scene comiche che alleggeriscono l'atmosfera, facendo divertire il lettore.
La trama è molto originale e ben costruita, presentando un intreccio di situazioni (a volte un po' surreali) e personaggi che creano una storia molto coinvolgente e fantasiosa. Una lettura diversa e piacevole.
I personaggi sono tutti descritti molto bene, con le loro particolarità e stili. 
Mi è piaciuto molto l'uso del dialetto e delle loro lingue d'origine che creano così molta più realtà alle vicende. Unico appunto: avrei inserito delle note a piè di pagina con le traduzioni, perché anche se nel complesso si può capire grosso modo le scene, per chi non conosce i diversi dialetti o le lingue stranieri deve cercare su internet il significato di molte parole per comprendere a fondo i dialoghi.
Nel complesso è una lettura appassionante e lo stile scorrevole dell'autore e i vari colpi di scena creano una perfetta suspense, invogliando il lettore a continuare la lettura.
Grazie per avermi fatto leggere questo libro, inoltre qui vi lascio il link a un'intervista all'autore che ho avuto il piacere di fargli. Pablo Ayo vi ricordo che è anche l'autore di altri romanzi: Huntermoon L'inganno di Ogmareth e Huntermoon La profezia di Vizerath.


Buona lettura!


VOTAZIONE

TRAMA           
PERSONAGGI
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TITOLO           

SINOSSI         


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