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sabato 19 maggio 2018

Segnalazione: Vita di paese di Maria Caterina Basile

Segnalazione:

Vita di paese

di
Maria Caterina Basile


Buongiorno lettori,
eccovi la segnalazione di un interessantissimo romanzo: "Vita di paese" di Maria Caterina Basile.



Biografia:
Maria Caterina Basile è nata a Taranto nel 1981. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università del Salento. È autrice di Timothy Leary. La religione della coscienza dalla rivoluzione psichedelica ai rave (Alpes Italia, Roma, 2012).
Sue liriche sono apparse sulle antologie Quando ritorna la stagione aprica (Centro Giovani Casalotti, Artemide Editrice, Roma, 1999), Il Federiciano 2010 (Aletti Editore, Villalba di Guidonia, 2010); sulla rivista Gradiva, International Journal of Italian Poetry (Stony Brook, NY, 2011); sul blog Thema (http://thematico.blogspot.it/, 2012); nei libri Sotto l’Albero delle Mele Vol. 2, Parole in fuga – volume 9, L’indice delle esistenze – Le Diversità,  Il Federiciano Libro Indaco, (Aletti Editore, Villalba di Guidonia, 2013), L’indice delle esistenze – L’Italia, L’indice delle esistenze – I Ricordi (Aletti Editore, Villalba di Guidonia, 2014). Nel 2006 ha ricevuto il Diploma Honoris Causa dal “Centro Divulgazione Arte e Poesia Ignazio Privitera”.
Attualmente vive in provincia di Lecce. 



Genere: romanzo di formazione
Editore: Nulla Die
Data di pubblicazione: 2017
Numero pagine: 74
Prezzo cartaceo: 10,00€
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Sinossi:
Vita di paese racconta la storia di Damiano Pellegrino, trentacinquenne che, dopo diciassette anni passati a lavorare come barista in Svizzera, ritorna nella sua terra, il Salento.
Si tratta di una decisione improvvisa, motivata da una crisi profonda alla quale egli vuol porre fine una volta per tutte. Stanco di vivere nell’incessante rimorso di non essere stato al fianco del padre la mattina che quest’ultimo era stato colto da un infarto, Damiano si mette al volante e torna al suo paese, Miraggio.
Una volta a casa, si rende conto che l’unico ad essere cambiato è lui; ossessionato dal senso di colpa, aveva scelto di escludere dalla sua vita familiari e amici. Inoltre, il lavoro che aveva condotto esclusivamente di notte, non aveva fatto altro che spianargli la strada all’isolamento. Si era dunque chiuso in se stesso, vedendo nel suo modo di essere la causa della sciagura che si era abbattuta sulla sua famiglia.
La mattina che il padre era morto, infatti, Damiano si era rifiutato di aiutarlo nel lavoro in campagna ed aveva preferito andarsene in giro con gli amici. Del resto, era stato un ragazzo particolarmente irrequieto, poco ligio al dovere, al contrario dei suoi fratelli, Salvatore e Cosimo. Le uniche attività che riuscivano a domarlo erano la lettura e la scrittura, ma non erano bastate a fargli mettere la testa a posto.
La prima persona che incontra a Miraggio è proprio il suo professore di italiano alle medie, don Carlo Brigante, il quale lo aveva sempre spronato a continuare gli studi ed a scrivere. Damiano è sorpreso nel constatare che l’uomo non solo non ha smesso di credere in lui, ma addirittura si aspetta ancora che scriva il libro della sua vita.
Damiano sente che una forza misteriosa vuole portarlo a liberarsi dal rimorso che lo ha condannato alla fuga dalla terra natia e da se stesso. Pur tentando di continuare a vivere in completo isolamento, dormendo di giorno e vagando nella notte in preda a sconnessi soliloqui, pian piano non può fare a meno di cedere all’umanità semplice delle persone che lo circondano. Inizia a frequentare il bar del paese e si accorge che le sue pene e i suoi tormenti non sono diversi da quelli di nessuno; quando affronta la crisi più forte, rivivere il giorno della morte del padre, la mamma gli resta accanto e lo avvia alla guarigione.

Damiano comincia a guardare se stesso con occhi nuovi: quelli pieni di pietà e misericordia di chi lo circonda. Nei pochi mesi passati al paese è travolto da un vortice continuo di riflessioni sull’esistenza: il cambiamento, tutto interiore, è inevitabile. Seguendo il consiglio del professor Brigante, ritorna a scrivere e sceglie di occuparsi della terra del padre, la stessa in cui, diciassette anni prima, aveva avuto origine il suo rimorso.


Eccovi anche un estratto:
[…] Sono passato davanti alla sala giochi, l’unica del paese: un piccolo gruppo di adolescenti era fermo a discutere davanti all’entrata. Li ho guardati coi miei occhi di trentacinquenne. Non sono poi così diverso da loro, mi sono detto. Ho messo i sogni da parte, ma solo per poco. Sono tornato a prenderli.  Ci sono stagioni in cui anche gli alberi mettono da parte i loro sogni. Ma ve ne sono altre in cui sui loro rami sbocciano fiori carichi di illusioni. E che colori, che magnifici colori!
     Un irrefrenabile desiderio di mettere i miei pensieri su carta si è impossessato di me. Ho ripreso a camminare. Un’anziana donna si avviava verso casa: portava annodato al collo un fazzoletto, come mia nonna. Aveva ragione il professore: sospesi tra passato e presente, non ci è lecito condividere con i nostri pari la nostalgia per un mondo antico mai posseduto, eppure tanto agognato. Siamo pochi, siamo quelli che restano al Sud, tra vecchi e bambini. Tra certezze antiche e una realtà nuova, luccicante e spesso puzzolente: siamo a metà, spezzati, divisi tra desiderio di appartenenza e un futuro che ci sfugge dalle mani. Ci si aspetta, da noi, l’innovazione o magari l’invenzione di nuove tradizioni. Un mondo nuovo. Ma siamo un corpo frammentato, inerte, che attende di essere ricomposto con pazienza, amore, pietà.
    Una volta a casa, mi sono chiuso in camera mia. Dovevo fare ordine sulla scrivania, liberarla per mettermi a sedere e scrivere, facendo ordine anche tra i pensieri. Parole! Le parole delle poesie sono intime, personali, sono solo per noi stessi; diversa è la prosa, che tende la mano a lettori sicuri di sé. Il lettore di poesia è un naufrago, i versi ch’egli ama il fradicio pezzo di legno al quale si aggrappa, forse inutilmente, nella fioca speranza di restare in vita.
    Pupille dilatate dalla solitudine.
    Dovevo, in qualche modo, far sì di bastare nuovamente a me stesso: penna, primo foglio. Qualche parola in fila. Cancellature grossolane. Secondo foglio. Altre parole. Altre cancellature.
    Ah, era inutile cercare di iniziare qualcosa di nuovo, qualcosa di puro: eccola là, la macchia d’inchiostro, eccoli là, i due fogli stracciati e accartocciati. E la rabbia, quanta rabbia! di restare inchiodato a quel tedio, mentre la libertà se ne andava a farsi un giro col vento facendosi beffe di me. Un inizio, una strada che conducesse in un luogo sicuro: questo chiedevo. Non sentieri tortuosi e spine che non portano da nessuna parte. Ecco che le palpebre si richiudevano, gonfie e stanche. Il peso degli errori e della superbia e l’impotenza – maledetta impotenza! – mi schiacciavano l’anima, mi addormentavano il cuore. E, intanto, la vita fuori continuava a scorrere, noncurante dei miei piedi fermi. Le parole le avevo perdute tutte, tutte. E la povertà aveva un sapore amaro.
    Sono rimasto seduto a frugare nel tiretto dei ricordi, nella speranza di trovarvi fogli di poesie e racconti e potermi così mettere in piedi sulla sedia, brandendoli da vincitore. Li ho trovati. Ma è da sconfitto che sono rimasto a sedere e del vinto ho assunto la posa, lasciando cadere i fogli per terra e coprendomi il volto con le mani, soffocando i singhiozzi del male che avanzava e che non mi lasciava scelta, scorrendo inesorabile come un fiume impietoso che tutto travolge e tutto annienta.
    Fare pace col tempo. Fare pace col tempo. Pazientare.
    Ho preso in mano un quaderno a caso. Sulla copertina campeggiava una scritta in stampatello: “Viva Berardo Viola”. L’ho aperto. Sotto il titolo “Riflessioni notturne, 07/03/1998”, c’era scritto: “Dobbiamo stare attenti a non salire troppo in alto sulle nostre fragili scale sociali: la guerra tra poveri ci farà cadere tutti, tutti.  Più alta sarà la nostra meta, più profondo il burrone di miseria spirituale nel quale cadremo. Perché una sola è la bandiera a cui noi meridionali dobbiamo prestare giuramento: quella dello Spirito. La bandiera di una terra senza confini, che ci ricordi ciò che siamo, che ci rammenti di non provare a schiacciare gli ultimi come se fossimo giganti: siamo formiche, piccoli laboriosi pacifici insetti, piccoli insetti neri con la schiena piegata sotto il sole cocente. Le nostre mani non devono far altro che spezzare il pane in segno di pace, i nostri piedi devono restare ancorati alla terra: guai se salissero anche un solo gradino! Sarebbe la fine del nostro piccolo mondo d’incanto”.
    Più avanti, datato 01/07/1998, un appunto scritto dopo una lite con i miei fratelli: “Mai dare per scontato nemmeno il più semplice scambio di parole: anche nel saluto più banale c’è una benedizione profonda.
    Le parole rassicuranti dell’amato, la madre di tre figli che stende i panni di prima mattina.
    Il compratore d’olio usato passa per le strade – ‘L’olio forte, chi tiene la murga!’ – e raccoglie i resti di fritture; in quell’oro vegetale echeggiano le risate, i pianti, gli schiamazzi, le urla, la rabbia e l’amore delle famiglie meridionali riunite a tavola.
    I passi dell’amato al di là della porta: la donna sospira e attende.
    Attendevo il ritorno della poesia, della riflessione, della solitudine, del ripiegamento su me stesso che un giorno sarà eterno. La poesia preannuncia l’Aldilà, l’eterno stato di beatitudine e benessere al-di-là del mondo visibile.
    ‘Meloni, pesche, peperoni’: l’ambulante diffonde la sua voce per il paese. Le donne accorrono dagli usci, comprano frutta e verdura, si scambiano saluti e confidenze.
    Meridione, io ti abbraccio e ti benedico: perché tu non fai lo stesso con me, perché?”.
    Dio, avevo sempre preso tutto così seriamente! Ma la vita è il riso sguaiato di un bambino, niente di più. È un attimo, una folgore.
    Nel rileggere quegli appunti di adolescente, d’un tratto si è fatto strada nel mio cuore il perdono; che stessi iniziando a guadarmi con gli occhi di Don Carlo e a scorgere in me l’innocenza d’un bambino?
    Se solo avessi dato meno peso alle parole, se solo avessi sentito meno! Ma la storia, lo ripeteva sempre il professore, non si fa con i “se” e con i “ma”. Pazienza! Mi sarei contentato del presente e avrei provato ad amarmi di un amore leggero e lucente. Era necessario prendere una pausa dall’eccessivo rigore con cui avevo trattato me stesso e concedermi una carezza.
    Poesie e pensieri notturni avrebbero ripreso vita. Poi, chissà. Forse sarebbe venuto il libro che il professor Brigante aspettava da lungo tempo.
    Il quaderno aveva ancora un paio fogli bianchi. Ho ripreso in mano la penna e mi sono messo a scrivere: “La felicità sta tutta nelle piccole cose, in questo paesino che benedico.
    Il passato, la rabbia hanno un sapore amaro: è bene che io perdoni me stesso settanta volte sette.
    Il mio cuore, imparo a conoscerlo ogni giorno di più; è fragile, sì, ma pieno di misericordia.
    Pietà: a me stesso chiedo pietà. Giudice supremo dei miei errori, ho espiato le mie colpe.
    Stare sulla difensiva, sempre, non mi ha portato da nessuna parte. Ho creato una corazza fittizia, uno scudo fittizio.
    È col passato che devo fare i conti, è al presente che devo dare un’opportunità, a quel bambino che abita ancora nel mio corpo di trentacinquenne.
    Io credo che ogni cosa accada per una ragione: le strade che percorriamo per tutta una vita alla fine s’incontrano. Sarà il Fato o Dio stesso a darci una lezione, chi può saperlo.
    I significati che scopriamo vivendo vanno messi al sicuro, perché la mediocrità, l’avarizia, la brama di materia non possano intaccarne la bellezza.
    La felicità sta nelle piccole cose, in questo paesino che benedico. E se qualche volta l’ho maledetto e ti ho maledetta, terra mia, io mi perdono. Settanta volte sette.
Damiano Pellegrino, Miraggio, 25/07/2015”.


Davvero molto interessante, non vedo l'ora di leggerlo.

E voi cosa ne pensate?


Buona lettura!

2 commenti:

  1. Non sembra male, ti dirò! Lo terrò in considerazione.

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    1. Dai, fammi sapere allora se lo leggerai :)

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