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venerdì 19 ottobre 2018

Segnalazione: Matteo La regola dell'amico di Niana Vinci

Segnalazione:

Matteo

La regola dell'amico

di

Niana Vinci


Buongiorno lettori,
oggi vi segnalo il romanzo Matteo - La regola dell'amico di Niana Vinci... e vi avviso che non è un libro autoconclusivo, ma solo il primo volume della serie The Holy Quaternary Series, e vi anticipo che il secondo e ultimo volume uscirà a fine ottobre.


Biografia:
Il libro che avete tra le mani non è nato da un sogno meraviglioso, come Twilight. Semmai da ore e ore passate a rigirarsi nel letto. Esatto. Questo libro è frutto dell'insonnia. Ho scritto il primo capitolo di getto, alle cinque di una mattina d'agosto, ma per arrivare all'ultimo ho dovuto lottare con la tendenza che mi caratterizza da sempre in ogni ambito della vita: quella di non finire assolutamente nulla. Per fortuna Matteo e Celeste non mi lasciavano dormire. Scrivere ciò che loro due dicevano e facevano nella mia testa è stato incredibilmente divertente. Spero con tutto il cuore che sarà altrettanto divertente per voi leggerlo.




Genere: romanz
romance / erotico / new adult / umoristico
Editore: Self publishing
Data di pubblicazione: 28 luglio 2018
Numero pagine: 324
Prezzo ebook: 2,99€
Prezzo cartaceo: 14,90€
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Sinossi:

Sono passati sette anni da quando nostra madre è stata uccisa da un automobilista ubriaco. Non vedo mio fratello da allora. Va bene così. Riesco persino a essergli grata di avermi tolto di torno Matteo. E' il suo miglior amico, e stargli accanto mi ha sempre fatto l'effetto di una solenne sbronza. Avete presente? Quando non riesci a pensare e tutto quello che fai serve a renderti ridicola. Non avrei mai pensato di trovarmi a dividere casa con entrambi, ma sapevo di non avere scampo.
Non saprei in che latro modo descrivere Celeste se non dicendo che è una bella bambolina senza cervello. Non voglio fare lo stronzo. E' che semplicemente non ho pazienza. Basta la sua sola presenza a innervosirmi. Ma so che Tommi ha un piano, e a quanto pare io ne faccio parte.


Eccovi anche due interessantissimi estratti:
(Prologo, prima della morte della madre di Celeste e Tommi):
Potrebbe di chi spera
ma nel mio cuore è solo mia
e mi fa piangere e sospirare
così Celeste, she's my baby
Era la filastrocca più brutta che io avessi mai sentito, e d era anche la suoneria che Tommi aveva collegato a LEI. Il suo cellulare continuava a squillare, e io mi sono chiesto che cazzo di motivo avesse per chiamarlo a quell'ora. Ho ringhiato nella bocca della tipa che mi stavo scopando, tastando con la mano sotto i cuscini del divano per trovare il telefono del mio amico. Mia madre faceva sempre il turno di notte, e casa mia sembrava il set di SKINS: c'erano ragazze che sembravano modelle di American Apparel completamente andate, e io e i miei amici altrettanto andati che ce le scopevamo su ogni superficie disponibile. E quella cazzo di filastrocca insistente rovinava la mia festa.
"Che c'è?" ho ringhiato, entrando immediatamente in modalità BLOCCO DI GHIACCIO, come sempre quando c'era di mezzo lei.
"Tommi? E' da mezz'ora che suono il campanello! Sei da Matteo? Ho perso le chiavi di casa! Mi fai entrare?" ha strillato la sua voce al telefono. E' incredibile quanto parli velocemente, potrebbe fare la rapper, e solo anni e anni di allenamento mi avevano permesso di capire cosa avesse detto. Ho allontanato la bocca dal microfono, infilando una di seguito all'altra tutte le bestemmie che conosco: Tommi era abituato a bere persino più di me, ma non mi avrebbe mai più guardato in faccia se avessi permesso che la sua sorellina lo vedesse in quelle condizioni. Non che si pisciasse addosso o vomitasse a getto: semplicemente, diventava un'altra persona, e del rassicurante fratellone che conosceva Celeste non rimaneva più traccia.
"Adesso sto scopando, Celeste. Arrivo quando ho finito" ho sibilato, chiudendo la chiamata. Era la prima volta in vita mia in cui le rivolgevo la parola, ma mi dava incredibilmente fastidio che avesse scambiato la mia voce per quella di Tommaso.
Per fortuna casa loro è proprio di fronte alla mia. Lei è piccola, ma io ci avrei messo un attimo a scavalcare il cancello, e la chiave della porta era nascosta nel solito posto. Quando sono arrivato era seduta sul muretto e stringeva le braccia attorno al corpo. Probabilmente perché non indossava più il giacchetto di jeans con cui era uscita quel pomeriggio. Ho ringhiato mio malgrado, proprio non vedevo che buon motivo avesse avuto per toglierlo, e lei ha fatto un salto di un metro, sgranandomi addosso i grandi occhi scuri.
"Tommi sta bene?" ha squittito, guardandomi dal basso con un'espressione  così seria da darmi l'impressione che fosse lei la ventenne e io il sedicenne. Non ho risposto al suo sguardo, non ho rallentato il passo e non le ho risposto. Non lo faccio mai. Ma non ho potuto fare a meno di pensare che i suoi occhi non sono soltanto scuri: sono dolci e profondi, e mi fanno pensare al cioccolato e al caramello mescolati insieme.
"TI HO DETTO MILLE VOLTE DI NON GUARDARLA E DI NON PARLARE CON LEI QUANDO HAI BEVUTO" mi sono rimproverato. Per qualche motivo, quando succedeva la mia mente iniziava immediatamente a fare metafore del cazzo. Ho percepito con un'intensità allarmante quando si è fermata al mio fianco, rabbrividendo così forte da trasmettere il suo fremito anche a me, come un'onda. anche il mio corpo ha rabbrividito, obbediente, e io ho ruggito, indispettito come non mai dal trovarmela vicina. E per la seconda volta in tutta la mia vita le ho rivolto la parola.
"Dove hai perso le chiavi?". Ho incrociato le braccia e stretto gli occhi, incombendo su di lei con ogni fibra del mio essere. Lei si è fatta minuscola sotto il mio sguardo, ritraendosi istintivamente. "LO SAPEVO!" ho pensato, sentendo la rabbia percorrermi come un fulmine dalla testa ai piedi. "Celeste" ho sibilato, incastrandola tra il mio corpo e il cancello. Ha stretto le dita intorno alle inferriate di ferro, stando attenta a non sfiorarmi in nessun modo.
"Nel giubbino" ha sussurrato, tenendo la testa bassa per coprirsi il viso coi lunghi capelli scuri.
"E dove hai lasciato il giubbino?"
"Nella macchina di Nicolò" ha squittito, e non c'è stato bisogno che dicesse altro.
"HA OSATO TOCCARLA" ho pensato, talmente incazzato da provare un lieve senso di stupore. Il cuore ha preso a battermi freneticamente in petto, e io ho ad ansimare. L'aveva toccata di sicuro. Qualsiasi uomo le posi addosso gli occhi non riesce a pensare ad altro che a toccarla. Ho stretto le mani a pugno e mi sono allontanato da lei, scavalcando il cancello come se avessi il diavolo alle calcagna. "UN ALTRO STRONZO A CUI INSEGNARE COME SI TRATTANO LE SEDICENNI" mi sono detto, pregustando il momento in cui gli avrei impartito la sua lezione.

(sette anni dopo)
Ho seguito Diana con la sensazione di avere la testa staccata dal corpo. Non sapevo dove stavo andando, non sapevo perché, non sapevo nemmeno come mi chiamavo.Avevo ancora l'immagine di Matteo impressa davanti agli occhi, e non potevo fare a meno di pensare con un brivido che era ancora bruno, grosso e arrabbiato, ancora più di quanto ricordassi. Ed era potente e magnetico, e mi attirava da impazzire, attirava verso di sé ogni cellula del mio corpo. Mi sono obbligata a continuare a camminare, cercando di non pensare al fatto che ero bagnata e tremavo come una foglia. E che avrei voluto infilargli la lingua in bocca, e spogliarlo, e leccarlo dappertutto.
Eppure, effettivamente, PURTROPPO, qualche differenza col puttaniere seriale che ricordavo in effetti c'era: ERA DIVENTATO UN UOMO. Aveva l'atteggiamento e lo sguardo sprezzante di chi non si sia fatto venire tutti quei muscoli stando dentro una palestra a sollevare pesi e guardarsi allo specchio. Aveva tutta l'aria di esserseli fatti DISTRUGGENDO alcune cose e COSTRUENDONE delle altre, e qualcosa nel modo in cui sembrava a stento controllare la sua forza sembrava sottintendere che si considerava senza ombra di dubbio più bravo a distruggere. L'espressione sarcastica e vagamente malevola dei suoi occhi color cioccolato sembrava dire: "Sì, HO POCA PAZIENZA. NON FATEMI INCAZZARE"
Era maschio, prepotente e arrogante, e aveva un atteggiamento predatorio, e mi faceva sesso da impazzire. E mi faceva sesso il fatto che per la prima volta mi aveva guardata, aveva dato un segno inequivocabile che si era accorto della mia esistenza. Certo, mi aveva guardata per tutto il tempo come se mi disprezzasse con ogni fibra del suo essere, e probabilmente c'è qualcosa di profondamente masochista nella mia psiche malata, ma non riuscivo proprio a soffocare un senso di inebriante esaltazione al pensiero che si era accorto che ero respiravo, che ero viva.
Diana ha sospirato, (interrompendo una fantasia in cui esploravo il mio lato masochistico sdraiata su un letto con Teo a sovrastarmi), e mi ha stretta a sé, circondandomi le spalle con un braccio, guardandomi dall'alto coi suoi occhioni limpidi.
"Non è cambiato niente" ha sussurrato. Non ho avuto bisogno di spiegazioni per capire cosa intendesse dire. Harry Potter parla il serpentese, io e Diana parliamo telepaticamente la lingua l'una dell'altra. Vale come super potere? Ho risposto con una smorfia e un solo cenno della testa. "Quanto tempo avete passato a guardarvi in cagnesco?".
"Non lo so. Un minuto, un'ora, un intero secolo" ho elencato, senza riuscire a trattenere un gemito.
"Cosa ti ha detto?" ha indagato.
"Niente" ho borbottato. "E IO non ho detto niente a lui". Diana ha grugnito, solidale. Fin da quando avevo dieci anni, c'è una sola persona al mondo in grado di ridurmi al silenzio.


Cosa ne pensate?
Non vi incuriosisce?


Buona lettura!

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