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martedì 6 giugno 2017

Segnalazione: Il sole in polvere di Luca Serra

Segnalazione:
Il sole in polvere
di
Luca Serra

Buongiorno lettori,
oggi la segnalazione è per "Il sole in polvere" di Luca Serra... e se volete potete votarlo al Premio Augusta poiché è uno dei 10 finalisti!
Come fare per votarlo?
Andate a questo link: . Poi fate il login con Facebook, Twitter o Gmail, tornate alla pagina del romanzo e cliccate sul cuore blu.

Biografia:
Luca Serra nasce a Varese il 19 ottobre 1987. In un giorno di noia, nel gennaio 2008, comincia a scrivere un romanzo senza avere la benché minima idea della trama. Da quel momento si appassiona alla scrittura e si dedica a racconti brevi di genere fantastico e horror.
Nel 2010 viene premiato al concorso letterario “Due campanili” presso il museo MAGA di Gallarate e un anno dopo pubblica il racconto “Rosso pagliaccio” con “I Sognatori Editore”. Da quel momento si dedica alla stesura di due romanzi di genere fantastico, ma ben presto si innamora dei romanzi di formazione e nel 2015 inizia la stesura de “Il sole in polvere”.
Adesso vive a Glasgow e lavora come traduttore italiano e redattore per Hilton Worldwide. Ha un debole per gli sbandati, come i personaggi di Eureka Street e Trainspotting, e vorrebbe offrire un whisky e soda a Holden Caufield. A volte esagera con gli aggettivi.

Pubblicazioni:
  • 2011 – Rosso pagliaccio – I sognatori editore (racconto breve)
  • 2013 – L'anno di Najabu – Watson edizioni (racconto breve)
  • 2014 – Variazione 5 – I sognatori edizioni (racconto breve)
  • 2016 – L'assenzio – Esescifi (racconto breve)
  • 2017 – Il sole in polvere – 96, Rue de la Fontaine Edizioni


Contatti:





Genere: 
romanzo di formazione

Editore: 96, Rue de la Fontaine
Data di pubblicazione: 17 gennaio 2017
Numero pagine: 152 
Prezzo cartaceo: 7,30
Link per l'acquisto: 





Sinossi:
l romanzo "il sole in polvere" attraverso il viaggio on the road in Texas e Louisiana dei due protagonisti, vuole raccontare una parte della mia generazione: quelli nati tra la fine degli anni 80 e 90, le loro paure, i loro desideri, le abitudini e la difficoltà di superare le delusioni, sia in ambito personale che lavorativo. Nello specifico, il romanzo si apre con il protagonista, aspirante scrittore, deluso per non essere riuscito a pubblicare il suo romanzo, che avvolge il suo manoscritto nel cellofan e lo infila in una busta impermeabile. Ha in mente di fare qualcosa con questo manoscritto, una volta arrivato a New Orleans. A fare da spalla, un suo caro amico delle superiori, mai chiamato per nome, solo chiamato "il socio", che lungo la strada cerca di scoprire cosa davvero manca nella sua vita, all'apparenza piena, regolare, semplice. Sullo sfondo, c'è una storia d'amore, ormai finita, ma ancora viva e vera nei ricordi del protagonista. Solo dopo averlo scritto, mi sono reso conto di quanto fosse anche un racconto su come gli uomini facciano fatica a vivere senza una compagna.


Eccovi anche un'estratto:
Atterrammo a Houston il 20 marzo. Nei giorni precedenti il socio non aveva fatto altro che pensare al viaggio, agli orizzonti deserti, alle luci dell’alba sulle pompe di petrolio, ai motel. Aveva sopportato la routine quotidiana e la monotonia del lavoro, fantasticando un futuro alla Jack Kerouac e Neal Cassady, malmenati dal sole, in cerca di vita. Quanto a me, non vedevo l’ora di sfuggire ai miei ricordi e precipitare in un meraviglioso mondo sconosciuto, dove sentirmi straniero.
A bordo di una minuscola Mazda rossa, il socio guidava, districandosi tra mastodontici fuoristrada, scivolando più o meno dolcemente da una corsia all’altra e imboccando uscite quasi a casaccio. Nel frattempo, non faceva altro che indicare cose, bandiere, case, camion a rimorchio, e ripeteva:
«Ehi, siamo in Texas, la casa di Clint Dempsey. Non siamo a Los Angeles ma in Texas. Capisci?»
Più o meno sapevo cosa intendeva.
«Come andare a Ibiza, vero?»
Ci scambiammo un sorriso. Proseguimmo verso il motel sotto un cielo di nuvole spugnose grigio chiaro, mentre ai lati della strada, come totem moderni, si ergevano cartelli pubblicitari di ogni genere, pieni di loghi dai colori scintillanti. Una varietà di bizzarri personaggi affiorava sul materiale di quelle pubblicità, ferro, plastica o carta. Ci imbattemmo nel castoro dei supermercati, col suo occhiolino accattivante, e in quello dei ferramenta, tutto sorridente mentre trasporta la sua cassetta degli attrezzi. Avvistai la ragazzina con le trecce rosse, il colonnello Sanders, il piccolo chef e il panda goloso. Non mi sfuggirono le tettone di Hooters, ma non dissi niente al socio. Lui si autodefinisce un “tettomane”: avrebbe rischiato di distrarsi troppo. Meglio tenerlo concentrato sulla guida.
Contai almeno sei o sette diversi motel – il numero 6, il numero 8, quello rosso, quello verde, quello del sole e del tramonto – prima che un’improvvisa pioggia torrenziale si abbattesse sulla città e sull’abitacolo, oscurando la visione dal finestrino e bombardando la carrozzeria, urlante, sotto i colpi di pesanti goccioloni. Udii il socio sussurrare «Cristo», allentare la pressione sull’acceleratore e attivare i tergicristalli alla massima velocità.
Il mattino seguente, pranzammo in una tavola calda nei pressi del nostro motel, proprio di fianco a un enorme supermercato di articoli sportivi. Sebbene fossero solo le dieci e mezzo, quindi non ancora ora di pranzo, ordinammo uova, salsicce, bacon e caffè.
Un vecchio all’altro tavolo ci fece i complimenti per le salsicce, nel vero senso della parola. Disse proprio:
«Complimenti per le salsicce, ragazzi. Ottima scelta».
Lo ripagammo con una risata, pollici insù, mentre un cameriere messicano versava altro caffè nelle nostre tazze.
«Dici che ce la faremo a beccare Dempsey?», chiese il socio.
Clint Dempsey. Uno dei suoi idoli, il capitano della nazionale di calcio degli Stati Uniti.
«Dempsey?» Restai a bocca socchiusa, un accenno di sorriso indeciso se aprirsi o chiudersi. «Ma dove?»
«A Nacogdoches», rispose. «Il suo paese natale. Passeremo di lì tra qualche giorno; la sua famiglia vive ancora lì. Metti caso che ci va bene e lo becchiamo...»
«Ma se gioca a Toronto», obbiettai.
«Sì, ma ho visto su internet che adesso è infortunato».
«C’è una probabilità su mille, comunque...»
«Sì, però», sorrise e strinse i denti, dondolando la testa di qua e di là, come fa chi vuole aggrapparsi a una fievole speranza. «Metti caso che lui torna per trovare la famiglia proprio ora... oppure lo becchiamo al cimitero davanti alla tomba della sorella».
«Cosa?»
«Eh, la sorella è morta un po’ di anni fa. Magari, lui, lo troviamo al cimitero, che ne sai?»
«Ma dai», ridacchiai. «Non mi pare il caso».
«Lo so, lo so», rispose in fretta. «In effetti è una cosa un po’ così, non piace tanto neanche a me; però, quando mi ricapita di andare a Nacogdoches? Cioè, Nacogdoches.... il paese di Dempsey!»
«Va bene, ma non è che devi inseguire Dempsey, adesso».
«Non è che voglio fare lo stalker o robe simili, però le devo provare tutte». Si asciugò la bocca con un tovagliolo poi prese un sorso di caffè. «Ma ti immagini se riesco a trovare Dempsey e fare la foto con lui? Eh? Quelli sono i miei trofei. Ma ti immagini? Ehi, Clint... Clint! Posso fare una foto con te?» Annuì più volte, poi scosse la testa, scrollandosi il sorriso dalla faccia.
«Quello che possiamo fare è chiedere a qualcuno. Quando siamo lì, possiamo chiedere a qualcuno se c’è in giro Dempsey».
«Come minimo», disse il socio, dopo aver deglutito un boccone di pane pastoso.
Nel frattempo, la radio del locale suonava un pezzo di Johnny Cash che mi portò alla mente il film su Johnny Cash. Lo avevo visto solo qualche mese prima e mi aveva affascinato un sacco, un po’ tutto il film, ma soprattutto quando Joaquin Phoenix, che faceva Cash, cantava Walk the line con sua moglie, Reese Witherspoon, che non è la classica bellezza del cinema, né il mio genere... però, devo dire la verità, era sensuale nelle sue camicette a scacchi!
A parte questo, mi colpiva la loro intesa sul palco – una magia – lo scambio di armonie vocali, le teste sempre pronte a inclinarsi, sfiorarsi e distaccarsi in un elegante ballo di corteggiamento. I loro sguardi intensi muovevano fili invisibili, e i fili innalzavano sorrisi, impalcature di inestimabile valore, mentre le bocche non cantavano per il pubblico: cantavano solo l’una per l’altra.
Era intrigante quella scena, era perfetta, e in qualche modo, anche se cercavi di nasconderlo per non apparire sdolcinato, facevi il tifo per quell’amore. Facciamo sempre il tifo per qualcuno, immaginando di essere noi quel qualcuno e avere finalmente un po’ di supporto.
Poco dopo, quel pensiero ne innescò un altro: immaginai che, al posto del socio, ci fosse Reese Witherspoon, proprio lì, davanti a me, a mangiare salsicce e pulire l’albume d’uovo con il pane tostato. Fantasticai così intensamente, da non accorgermi che il socio stava parlando da almeno dieci minuti e io non avevo ascoltato un diavolo.
«Se ci pensi, i pornazzi sono cattivi», disse.
«Cosa?» Avevo capito bene ma mi venne da rispondere comunque.
«Dai, se ci pensi, i pornazzi sono cattivi», ribadì. «Ti mostrano un’idea di sesso che non esiste. Ma quando mai scoperai in quel modo lì? Non è possibile, ti illudono e basta, ti ingolosiscono ma lo sai bene, che tutto quello che farai nella vita non sarà uguale. Anche perché devi essere fortunato a trovare una giusta, sai».
«I pornazzi sono cattivi». Sorrisi a bocca chiusa. Quel genere di sorriso che mi fa spuntare una fossetta sulla guancia destra. «Dovrei scrivere un romanzo e intitolarlo così».
A quel punto il socio ridacchiò. Poi tornò serio in un baleno:
«Un romanzo che parla di uno che è dipendente dal porno».
«E poi?»
«E fai che si vergogna di questo e lo nasconde a tutti, ma poi un giorno capisce che lui è fatto così e che il porno è la sua vita e allora manda a fare in culo tutti quanti».
Passò un cameriere a rabboccare le nostre tazze di caffè. Era già la terza volta. Con lo sguardo seguimmo la caraffa gravitare sul tavolo.
«Anzi, ho già in mente la scena finale», aggiunse il socio, una volta che il cameriere si fu allontanato. «Scrivi di lui che va in biblioteca e prende un libro dal reparto dei libri erotici, un libro proprio spinto, magari con una a gambe aperte in copertina, e fai che si siede in poltrona a leggerlo, davanti a tutti, come se niente fosse. Per me sarebbe un capolavoro!»
Era tutto gasato, si strofinava le mani, come impaziente di stringere quel libro tra le dita. Quel suo modo di fare mi strappò una risata, poi rimasi in silenzio per alcuni secondi, in attesa che il sorriso si ritirasse sotto la superficie delle guance. Non volevo dirgli che non avrei mai scritto un libro del genere, ma nemmeno bocciare la sua idea.
Perché in realtà l’idea mi piaceva. Per un po’ ci guardammo intorno senza parlare, ascoltando il silenzio. E sotto il silenzio la radio trasmetteva un pezzo blues: un arpeggio e una voce roca guidavano la grande orchestra della colazione. 

Cosa cosa ne dite? A me ispira molto.

Buona lettura!

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